Verità supposte |
...o supposte di verità |
Lui è il classico poveraccio che siede tutto il giorno vicino ai carrelli strimpellando il suo strumento e aspettando che qualcuna di queste pie donne gli lasci qualcosa nel barattolo appoggiato di fronte.
Eppure anche la misera monetina da cinquanta centesimi passa dal lucchetto del carrello alla tasca delle sciure troppo prese a fare la carità nelle chiese per sapere com’è fatto un povero reale.
Lei ha una espressione che non saprei definire, non è arrabbiata o astiosa. È la faccia di una che si è dovuta abituare a vedere un palmo sopra gli altri per non dover sempre fissare la merda che la circonda. La faccia di una che indovini saggia, che parla poco ma che sa ascoltare benissimo e capire sempre tutto qualche istante prima degli altri.
L’incontro fra i due è alla cassa del market, dove lei vede scorrere la sua spesa sul nastro separata da quella del suonatore: un pacchetto di wurstel, due panini, una piccola confezione sottovuoto di prosciutto.Senza dire una parola lei acchiappa le tre cose e le mette al di qua del confine del separatore. Lui alza gli occhi e la guarda storto. Insomma non alza mai lo sguardo su nessuno, guarda sempre a mezza altezza. Credo il suo mondo sia fatto di gambe che si muovono. E un po’ lo capisco, perché sollevare lo sguardo fino a visi muti o sprezzanti? Questa volta gli si legge in faccia che non ha capito se la donna è solo un po’ rimbambita o se gli sta fottendo la spesa perché son proprio le cose che si era dimenticata di prendere. La guarda ma tentenna quel tanto che basta perché il suo pranzo passi dall’altra parte del lettore e poi veloce in una bustina. Lei si gira e gli tende il sacchetto, pratica, come farebbe con il figlio che la sta aiutando a metter via la propria spesa.
Lui afferra il sacchetto senza guardarlo, continua a guardarla in faccia e fa un sorriso che non è un grazie per quei due panini, sembra che stia rispondendo ad un discorso lungo e articolato, che si trovi d’accordo su tutti i punti. Lei gli sorride di rimando, e nei suoi occhi non c’è carità, né compassione. C’è la pulizia del sorriso di un bambino che rende la palla ad un suo pari. C’è un sorriso che rende giustizia a tutta la dignità che ha un essere umano costretto a sedere per terra a strimpellare tutto il giorno sotto questo dannato maestrale che ti spacca la pelle del viso.
C’è lei che si rigira e continua a fare le sue cose con infinita calma. E ci sono io che la guardo fiera pensando che è grazie a questi esempi senza parole che ho imparato a valutare le persone.
Bello e umano. Peccato che non posso permettermi neanche di fare queste cose… :-(